De Kerckhove, nell’era di Facebook siamo tutti Pinocchio
fonte: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/422235/
Parla il massmediologo canadese, guru dei nuovi media: “Oggi il burattino di Collodi è la macchina che mente sulla nostra condizione e alla fine chiede di tornare umana”
ANNA MASERA
TORINO
In Italia è conosciuto come l’erede di Marshall McLuhan, di cui è stato allievo e poi assistente per oltre 10 anni. Tra l’83 e il 2008 è stato direttore del programma McLuhan in cultura e tecnologia all’Università di Toronto. È pure canadese (naturalizzato) come il celebre massmediologo, di cui quest’anno si è festeggiato il centenario. Ma Derrick De Kerckhove, 67 anni portati con allegria, occhi azzurri sotto una massa di capelli argentei ribelli e fisico dinoccolato, di canadese si riconosce solo lo sguardo critico verso gli Usa, l’ingombrante superpotenza vicina di casa. Nato in Belgio, vive tra Nizza, Barcellona e Napoli, dove insegna sociologia. Parla almeno quattro lingue con disinvoltura, tanto che a volte le lingue si mischiano e, per dirla con McLuhan, il mezzo diventa il messaggio. Non sembra un problema per i suoi studenti, che lo considerano un guru. Lo abbiamo incontrato agli Stati Generali della Cultura Popolare in corso in questi giorni a Torino (oggi la chiusura).
«Il mezzo è il messaggio» è un’espressione che ha ancora senso?
«Già nel 1961, quando Internet era un sogno, McLuhan parlava di un nuovo medium che “non sarebbe stato contenuto nella tv, ma l’avrebbe contenuta in sé, avrebbe reso obsoleta l’organizzazione delle biblioteche e sviluppato in ciascuno il potenziale enciclopedico”. Basta pensare al Web di oggi, con YouTube e Wikipedia, per capire che McLuhan aveva previsto tutto. Oggi direbbe “Internet è il mezzo”».
Come cambia l’oralità ai tempi del Web?
«Il linguaggio della scrittura finché non è diventato elettronico era silenzioso, interiore. Oggi siamo produttori della nostra oralità, che è pubblica perché condivisa in Rete alla velocità della luce con un linguaggio allo stesso tempo interiore ed esteriore. Internet aiuta a recuperare tutto e rende le librerie obsolete: è cambiata per sempre l’organizzazione del sapere. McLuhan aveva previsto uno strumento come Wikipedia, che recupera il nostro potenziale enciclopedico, e persino lo spionaggio trasparente di Wikileaks, che non permette più ai potenti di tenere le masse all’oscuro. È un’oralità che avviene per lo più con lo smartphone, che può diventare una banca dati enorme sempre a disposizione. McLuhan diceva che quando sei al telefono non hai più il corpo: secondo me in realtà rende possibile la clonazione virtuale di noi stessi, non a caso quando parliamo al telefono gesticoliamo come se la persona con cui parliamo fosse davvero davanti a noi. E la socializzazione, lo scambio di informazioni che avviene sui social network, è potente: dopo tanti tentativi di rivolta, in Egitto la prima ad andare in porto è stata quella nata su Twitter, un sistema nato per registrare brevi chiacchiere (“twit” in inglese significa “scemo”) che si è trasformato in un modo per mandare via “gli scemi al potere”».
Come aveva profetizzato McLuhan, siamo nell’era del «villaggio globale». Ma l’abilità tecnologica del cittadino medio per districarvisi è piuttosto scarsa. Qual è il rischio di non alfabetizzarsi nel nuovo mondo digitale?
«C’è il rischio di impigrirci, delegando le nostre decisioni a strumenti sempre più complessi, che usiamo senza sapere come siano fatti. Oggetti come l’iPad a molti appaiono magici. Presi nel vortice di computer e social network, noi siamo dei Pinocchio 2.0».
In che senso?
«In senso antropologico: Pinocchio è il superamento dell’uomo sulla macchina, nasce come risultato della meccanizzazione del gesto umano, è la macchina che mente sulla nostra condizione e alla fine chiede di tornare umana. Ai tempi di Carlo Collodi, molti lasciavano la Toscana per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord Italia. Lì si disumanizzavano e quando ritornavano a casa (Pinocchio che entra nel ventre della balena, grande madre metaforica) non sapevano più chi erano. Ma Pinocchio lì dentro smette di essere macchina e ne esce per diventare uomo in carne e ossa. Nel mondo digitale cosiddetto 2.0 di oggi, dove il nostro Sé esiste solo in connessione a tutti gli altri, la problematica di Pinocchio si è moltiplicata».
Tanto che il protagonista di Avatar, il film di James Cameron, sceglie invece di restare virtuale, preferisce il mondo delle macchine a quello umano…
«È l’altra faccia della medaglia. Con la tecnologia 3D si possono ottenere meravigliose ricostruzioni di Pompei, ma questo non ci esime dal recuperare la Pompei storica. Anche se presto avremo doppi digitali, i rapporti umani in carne e ossa non diventeranno obsoleti. Non stanchiamoci di coltivarli».
Come vede l’Italia, nel villaggio globale?
«L’Italia è in coda all’Europa per l’accesso alla Rete per volontà politica. Il vostro premier sa bene che il popolo si controlla con i media: controlla gli italiani con la televisione, riducendo l’importanza di Internet».
Crede che arriverà anche una primavera italiana, almeno per quello che concerne la cultura digitale?
«Sì, i segnali ci sono tutti, ma sarà una battaglia fra generazioni. In Italia manca la consapevolezza dell’esistenza di una cultura popolare – “pop” – condivisa che è oggi più vicina al Web, piuttosto che al patrimonio classico».
Viviamo in un mondo senza più privacy, all’insegna della trasparenza totale, ma anche dell’invasione della sfera privata. È necessario rifondare una Carta dei diritti dell’uomo?
«Sì. Un sistema di connessione globale ha anche i suoi rischi. Siamo sempre reperibili, quindi schedati e controllati. McLuhan diceva che l’elettricità, come l’alfabetizzazione, rivela tutto ciò che è nascosto».
È un bene o un male?
«Non abbiamo scelta, non si può tornare indietro, bisogna prenderne atto e attrezzarsi per questo Brave New World».
Come si pone personalmente di fronte all’utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione?
«Uso l’iPhone, Facebook e il mio bigliettino da visita contiene il codice QR per la realtà aumentata. Ma la sera preferisco avere in mano un libro anziché un ebook».

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Cambia la censura. Oggi il ddl con più tutele per i minori. Ma è già polemica.
Educare i minori alla tv
L’articolo che pubblichiamo nasce da un lavoro di tesi di una lettrice del nostro Blog che ha deciso di condividere con MediaEducation.bo il suo lavoro. Grazie!
La problematicità dello scrivere per l’infanzia. ATTI DEL CONVEGNO

L’Associazione culturale MediaEducation.bo è lieta di comunicare che sono disponibili gli atti del convegno “La problematicità dello scrivere per l’infanzia, tra le esigenze della buona narrazione, i timori della famiglia e le richieste del mercato”, organizzato in collaborazione con la Compagnia Teatro dell’Argine e tenuto l’11 ottobre 2006 a San Lazzaro di Savena (Bologna).
Il convegno ha visto la presenza di autori per l’infanzia quali:
Bruno Tognolini per Melevisione,
Alessandro Sisti per il fumetto Disney e non solo,
Francesco Filippi per le Winxs
e Vittoria De Carlo per la scrittura teatrale della sezione ragazzi del Teatro dell’Argine, vincitore del Premio Istrio 2006.
Dopo l’intervento degli autori, che hanno portato a conoscenza del pubblico i meccanismi di creazione e produzione delle storie per bambini, il Convegno è proseguito nel pomeriggio con una tavola rotonda che ha visto l’intervento di
associazioni di genitori quali il Centro di Cooperazione Familiare di Roma (con il Dott. Daniele Mezzana),
e il Moige (con la presidentessa MariaRita Munizzi),
con la responsabile dei programmi per bambini e ragazzi di Rai Tre, Dott.ssa Mussi Bollini,
e con il presidente dell’Associazione Hamelin per la divulgazione della letteratura per l’infanzia, Dott. Emilio Varrà.
La direzione scientifica della giornata di lavori è stata della Dott.ssa Amelia Capobianco, moderatore del Convegno il Prof. Roberto Farné, pedagogista dell’Università di Bologna e supervisore dei progetti dell’Associazione MediaEducation.bo
Gli atti sono disponibili in cd e compatibili con Windows XP e OS X
Chi fosse interessato ad averne copia può contattare l’autore del Blog
Per la realizzazione del cd si ringrazia la Scuola Noetica per il supporto informatico e Francesco Filippi per il progetto grafico
Immagine: Federico, dal progetto Rosso Ruggine di Francesco Filippi
Nisida. Grandir en prison

In anteprima a Firenze il 3 maggio, per la conferenza Childinclusion, il documentario di Lara Rastelli.
Fonte: www.camera.minori.it
Giovedì 3 maggio 2007 alle ore 20.30, nell?ambito degli eventi organizzati in occasione della conferenza internazionale sull?esclusione sociale dei minori indetta a Firenze dall’Istituto degli Innocenti (3 ? 5 maggio 2007) per il progetto Childinclusion, presso il Cinema Ciak verrà proiettato, a cura di CAMeRA e del Festival dei Popoli, Nisida. Grandir en prison (Nisida: crescere in prigione), un documentario di Lara Rastelli.
Il film racconta le storie di Enzo, Rosario e Samir, tre ragazzi detenuti nel carcere minorile di Nisida, a Napoli. L?istituto di pena ospita circa quaranta adolescenti di varie nazionalità e di età compresa tra i quattordici ai ventuno anni, detenuti per i reati più diversi: si tratta di un piccolo mondo fuori dal mondo, situato per l?appunto su un?isola unita alla terraferma soltanto da uno strettissimo istmo, un luogo vicinissimo al caos della città, ma allo stesso tempo isolato da esso. Seguendo i ragazzi nella quotidianità delle loro giornate per un arco di tempo di circa due anni, la regista esamina uno degli aspetti più controversi della carcerazione, di quella minorile a maggior ragione, ovvero la rieducazione e il recupero del condannato per un positivo reinserimento nella società al termine della pena. Con il volto sempre coperto da maschere che ne tutelano l?identità, i ragazzi raccontano il proprio passato, riflettono sulla loro condizione presente, soprattutto sul significato della loro detenzione, nonché sulle modalità concrete e sulla possibilità di un loro ?recupero?, provano a immaginare un futuro migliore sul quale, tuttavia, gravano i pesanti handicap dovuti a una condizione sociale svantaggiata comune a tutti loro.
Lara Rastelli è italiana ma vive e lavora in Francia da molti anni. Ha esordito nel 1992 con il cortometraggio ?Plus dure sera la chute?, seguito dal film d?animazione ?Les Pots? (1993). Del 1995 è il documentario ?Bernardo Strozzi?, cui fanno seguito ?Leonmali? (1996) e ?Renoir des 4000? (2002). Nisida. Grandir en prison è il suo ultimo lavoro che definisce ?incompleto perché non posso accettare che Rosario, a 18 anni, mi dica che ?la vita è o la prigione o la morte??. Nisida. Grandir en prison ha ricevuto grande apprezzamento da parte del pubblico e della critica alla 29° edizione del festival Cinéma du réel tenutosi a Parigi nel marzo scorso ed ha ottenuto una Menzione speciale dalla giuria del 2° Alba International Film Festival (29 marzo ? 4 aprile 2007).
La proiezione di Nisida. Grandir en prison è organizzata da CAMeRA (Centro audiovisivo e mediatico sulla rappresentazione dell?infanzia e dell?adolescenza), un progetto del Centro nazionale di documentazione e analisi per l?infanzia e l?adolescenza che studia la condizione dei minori attraverso le rappresentazioni audiovisive e dal Festival dei Popoli, la più importante realtà italiana sul documentario sociale che opera a Firenze da quasi cinquant?anni. L?evento fa parte di una serie di attività che CAMeRA e Festival dei Popoli svilupperanno in comune nel prossimo futuro.
Organizzata dall?Istituto degli Innocenti di Firenze dal 3, al 5 maggio, la conferenza ?Un?agenda per i bambini. Programmi locali, regionali e nazionali di lotta all?esclusione sociale? è l?ultimo di tre incontri del progetto di scambio sull?esclusione sociale e le politiche per l?infanzia, Childinclusion, realizzato da sette partner di Paesi europei nell?ambito dei programmi UE.
Riferimenti: www.camera.minori.it
La rivincita dei Blog nel settore editoriale

Il blog è uscito allo scoperto inserendosi nel mercato con una forza fatta di ?non regole?, di ?non professionalità? e per questo di passione e sincerità. A riprova di questo sta il fatto che i Blog non hanno determinato, né lo faranno in futuro il crollo del mercato editoriale; semmai lo hanno arricchito.
Di Stefano Martello
Fonte: Leggere: tutti n. 16, gennaio.febbraio 2007
E? di qualche tempo fa, oramai, la notizia della vittoria di una sco¬nociuta neworkese, Julie Powell, al concorso Booker Prize con la rivisitazione di un celebre libro di ricette – Mastering the art of French Cooking di Julia Child – risalente agli anni sessanta e realizzate direttamente sul web; ]ulie&]ulia è oggi pubblicato dalla casa editrice Penguin e vanta ottime vendite. Si, avete capito bene; non ho sbagliato con il più prestigioso Booker Prize e l’opera di cui si parla è stata inizialmente pubblicata come blog per poi essere commercializzata dall’editoria tradizionale.
Perdonate l’arroganza, ma io l’avevo detto. Si, è vero che, in fondo in fondo, non è una rivincita ma una occasione commerciale. Ok, avete ragione quando dite che una casa editrice tradizionale può decidere con maggiore serenità di fronte ad un testo che ha già superato l’ardua prova del pubblico. Mi sembra già di sentirli, gli editori, che esultano perché non devono più sorbirsi chili e chili di manoscritti cartacei densi di riflessioni alte. Mi sembra di vederli approdare nel web per monitorare quanti click ha avuto quello studente iraniano o quel tassista cinese e poi decidere se quei click valgono una prima edizione o meno.
Stefania Di Lellis – autrice di un pregevole articolo apparso su Repubblica, afferma che questa è la rivincita dello scrittore sull’editore. Pur condividendo il resto del pezzo, non sono troppo d’ac¬cordo su questa prima valutazione. Credo piuttosto che a guadagnare da questa situazione saranno gli editori, gli scrittori e, soprattutto, i lettori.
E chi se ne frega se il merito di un successo così trasversale sarà frutto di una strategia commerciale; l’importante è che lo strumento blog esca allo scoperto, inserendosi in un circuito economico. Divenendo così interlocutore credibile di fronte agli altri già esistenti e imponendo una forza fatta di non regole, di non professionalità e per questo di passione e sincerità.
A riprova di quanto detto, il fatto che i blog non hanno determinato, né lo faranno in futuro, il crollo del mercato editoriale; semmai lo hanno arricchito.
L’importante è che un testo venga esaminato non secondo parametri di mercato o target di riferimento, ma solo verificando il tipo di attenzione che ha suscitato nei lettori. In fondo non parliamo di strumenti finanziari, ma di quegli oggetti che a prenderli in mano subito ti viene in mente un luogo, una stagione, un dolore o una gioia.
È la forza di innocenti click che decretano il successo e la possibilità di pubblicare; è forse il primo vero esempio di democrazia elettronica realizzata e compiuta.
Se è vero tutto questo, allora lunga vita ai blog, buona fortuna ai blogger e giorni floridi agli editori. Almeno nel settore editoriale. Perché non possiamo dimenticare come variegati siano i settori all’interno dei quali i blog sviluppano confronto e dibattito.
E sono settori in cui una informazione errata, o un punto di vista distorto non comportano solo un week end a leggere un testo noioso, ma ben altre responsabilità che possono essere sintetizzate in elementi che devono essere conosciuti/rispettati da tutti. Per tutti questi ambiti non ci si può, purtroppo, abbandonare all’istinto e all’ironia. Il risultato lo vediamo giornalmente nei blog dove, sotto la lente d’ingrandimento, passa la dichiarazione del politico di turno accompagnata da battute, velati insulti ma mai alternative. E soprattutto l’idea che a stuzzicare il blog non sia un contenuto quanto un elemento periferico del contenuto. Serve quindi la consapevolezza e la regola. E apparentemente proprio la regola potrebbe significare l’esclusivo utilizzo dello strumento in ambiti soft. E sarebbe un errore perché, di fronte al divieto formale, la stessa comunità di blogger reagirebbe con la sostanza della diffusione dello strumento e dei suoi fruitori, creando una nicchia non rispettata bensì temuta. Occorre quindi nella politica, nell’informazione e nel settore della partecipazione pubblica un dialogo che coinvolga tutte le parti in gioco, nessuno escluso; occorre scordare, per un momento, le rispettive divise professionali (per chi le ha) e, per alcuni, il fatto di aver deciso di non indossare mai abiti formali. Occorre un passo indietro, insomma, che si trasformi in un passo in avanti. Sulla carta indubbiamente facile, nella pratica certamente no. Ma l’obiettivo che potremmo raggiungere, insieme, è ghiotto: un sistema integrato con quelli già esistenti; una possibilità di lavoro in più per tutti coloro che decidono di confrontarsi con la “professione delle parole” nonché l’instaurarsi di un clima di informazione neutra e, forse, più efficace.
L’infanzia di Mafalda

L?INFANZIA DI MAFALDA
Riflessioni sul fumetto di Quino
di Maura Tripi (Antropologa, con Laurea specialistica in Discipline Semiotiche)
Fonte: Infanzia, n. 3, marzo 2007
?Sullo sfondo ci sono i Beatles, la guerra del Vietnam, il muro di Berlino, la rivoluzione culturale, il conflitto in Medio Oriente e qualche immancabile golpe militare, ma l?universo in cui Mafalda vive, si arrabbia, medita, protesta e si intenerisce va dal suo appartamento all?aula scolastica, dal giardinetto al marciapiede sotto casa? : le storie del fumetto di Quino sono ambientate in Argentina, paese in cui il forte divario tra ricchezza e povertà è sentito costantemente in una piccola famiglia borghese come quella di Mafalda. Vivere con un solo stipendio a volte è difficile: il padre è un agente di assicurazioni, la madre ha abbandonato gli studi per dedicarsi alla casa e ai figli.
Eppure Mafalda è consapevole dei sacrifici che i genitori fanno per offrirle istruzione e comodità. Le sue giornate sono scandite dalle persone che la circondano. Allo stesso tempo possiede una straordinaria lucidità e padronanza, divenendo un?efficace immagine di un?infanzia ancora da scoprire.
Mafalda è una bambina che pensa e che dice quel che pensa, che si pone domande e che cerca risposte: la sua vita quotidiana si intreccia con le notizie mondiali, ne viene colpita, a volte sconvolta, altre ancora eccitata, ma nelle turbolenze provenienti dall?esterno, rimane in quell?equilibrio costruito attraverso la famiglia, la casa, i luoghi conosciuti, gli amici.
Eppure c?è qualcosa che stride nelle parole e nei pensieri di questa bambina. Forse proprio il fatto che Mafalda abbia opinioni, pensieri, critiche da rivolgere ai grandi e al mondo costruito dai grandi. Mostrandoci gli errori e l?irrazionalità che non riusciamo a vedere usando solo i nostri occhi.
L?infanzia che emerge dai discorsi prodotti dagli adulti affiora quasi sempre da un rapporto definito in modo unilaterale, che va dall?adulto al bambino, dal genitore al figlio, dall?insegnante allo studente: i più piccoli vanno protetti e difesi, in quanto vulnerabili, innocenti, inermi, irresponsabili. La premessa alla Convenzione sui Diritti dell?Infanzia considera come basilare il fatto che ?nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo le Nazioni Unite hanno proclamato che l’infanzia ha diritto a un aiuto e a un’assistenza particolari? e che è stata enunciata ?la necessità di concedere una protezione speciale al fanciullo?. Ma le motivazioni date all?attenzione speciale che si deve dedicare ai bambini sono da individuarsi nella ?mancanza di maturità fisica e intellettuale?: i diritti acquisiti sono così alterati dall?attribuzione di carenze materiali e cognitive.
Ma a questo Mafalda non ci sta: la sua contestazione si scaglia contro il riduzionismo culturale, contro le sterili opposizioni, contro un rapporto costruito come univoco, in cui gli adulti detengono il potere e possiedono le verità, mentre i bambini sono come dei ?contenitori da riempire. Come se davvero non avessero una propria visione della vita e del mondo? .
Mafalda, prima di essere una bambina, è una persona: incontra nuovi personaggi, vive la nascita di un fratellino, conosce le angosce della scuola, immersa nei soliti episodi di vita quotidiana, di convivenza con i genitori, di scontro con i vecchi amici. Ma la sua dinamicità ci colpisce e ci sconvolge: attraverso le situazioni, impreviste e banali, ci rende spettatori del gioco di cui noi stessi facciamo parte, mostrando le contraddizioni implicate nella vita di tutti i giorni, dove un bambino spesso si comporta come un adulto, e i genitori, ?che non sanno andare al di là delle fatture da pagare, dei piatti da lavare e delle piantine da annaffiare? , assomigliano tanto ai piccoli.
Un nuovo sguardo sul mondo
Le reazioni dei bambini nell?esplorazione attiva del mondo circostante e della dimensione interiore costituiscono l?aspetto più evidente di un?elaborazione continua e produttiva spesso non riconosciuta. Superare invece l?opposizione ?attivo/passivo? permette di mettere in luce anche le strategie di interazione e interpretazione promosse dai bambini nei confronti del contesto in cui sono immersi. Essi ?esercitano una grande influenza, proprio in virtù della loro mancanza di esperienza, della loro logica, [?] della loro sensibilità ai conflitti, combinata alla loro capacità di risolverli? .
Mafalda pone innumerevoli domande a tutti: i suoi genitori sono i destinatari più frequenti, ma la maggior parte delle volte non riceve adeguate risposte, perché le sue questioni sono di tale importanza e complessità da risultare imbarazzanti sulla bocca -e nella mente- di una bambina.
I problemi del mondo non hanno un senso chiaro, non hanno necessità di esistere, sono incomprensibili perché di essi non si ritrova la causa e non si prospetta la risoluzione. Gli adulti poi spesso non trovano neanche risposta alle domande, né sembrano capaci di ipotizzare possibilità di scioglimento delle questioni.
Mafalda allora cerca spiegazione e confronto con i propri coetanei e con il suo mondo interiore. Se gli adulti negano sempre una risposta, perché non considerano i piccoli adatti a conoscere determinati problemi o perché neanche loro conoscono l?interpretazione adeguata, i bambini usano modi creativi e trovano soluzioni alternative agli eventi del mondo che recepiscono attraverso televisione e giornali.
Mafalda rifiuta di essere trattata come un ?contenitore da riempire?, smascherando così una modalità costruita culturalmente, strettamente legata ad una concezione che prevede uno sviluppo normale finalizzato al raggiungimento dell?età adulta: la crescita dei bambini viene così veicolata da parametri, esempi, limitazioni. L?attenzione verso uno sviluppo armonioso e sano carica bambini e genitori di una responsabilità normativa, rispetto alla quale deviazioni e forme alternative vengono connotate negativamente. Le risposte, i commenti che partono invece da questa bambina risultano assurdi, imprevedibili, forse improbabili, non perché impossibili, ma perché non coerenti con le aspettative che gli adulti si sono creati: ?qualsiasi scarto viene necessariamente definito come attacco all?istituzione? .
Mafalda sa di essere inserita in un contesto in cui la sua identità viene costruita da una prospettiva ?adultocentrica?: dimostra di scegliere quando e come collaborare, elaborando un compromesso tra la propria complessità interiore, ancora da esplorare, e uno statuto di alterità esteriore, che definisce l?individuo bambino secondo un ?progetto elaborato che comporti una successione ordinata di operazioni in quanto mezzi, destinata a raggiungere lo scopo a cui si mira? : l?età adulta. Si scopre che la sua attività di elaborazione non è realmente guidata a priori da uno schema precostituito, secondo cui i bambini fanno, pensano e dicono determinate cose che non possono essere altre: questo è piuttosto ciò che lei lascia credere ai grandi.
Mafalda partecipa, ma soprattutto reagisce. Le parole di Mafalda evidenziano la tensione costante che deriva dal meccanismo di etichettatura promosso dalla società: il suo è dunque già un comportamento sociale, che accompagna alla consapevolezza dei meccanismi culturali la critica e il rifiuto di questi. Esprime così conoscenza, ma soprattutto riflessione.
I comportamenti infantili, che siano di opposizione o di collaborazione, partono da una rete semantica di attese e reazioni, di proiezioni e di giudizi che si accumulano e si modificano: Mafalda riconosce questo modello, assume su di sé la visione del mondo di cui fa esperienza, essa diventa suo patrimonio, il suo criterio di autoregolazione e ripiegamento.
Allo stesso tempo sovverte lo sguardo, costringe il lettore a riconoscere che esiste un altro punto di vista, quello dei bambini, secondo il quale le prospettive di pensiero e azione sono molto più ampie rispetto a quelle rappresentate e istituite come reali.
Per questo Mafalda si sforza di capire, pretende di sapere, al di sopra degli schemi imposti e fuori dalle aspettative costruite.
Gli adulti visti da Mafalda: spunti per un?autoriflessione
Il rapporto tra Mafalda e i suoi amici non può che essere dialettico, tanto quanto il rapporto con i suoi genitori: il discorso quotidiano, in qualunque situazione, anche all?interno della scuola, è il risultato di un confronto interpersonale in cui le strategie di continuo riadattamento si compiono attraverso le pratiche.
Nella vita familiare il dialogo è un costante lavoro di adeguamento tra persone che convivono in uno spazio comune: Mafalda subisce la minestra cucinata dalla madre, Nando, il fratellino, passa il suo tempo a giocare e a sporcare la casa con i colori, la mamma pulisce e sogna il futuro a cui ha rinunciato per i figli, il padre infine è costantemente in lotta con i soldi che sono sempre troppo pochi. L?individualità dei singoli è influenzata dagli altri, è essa stessa una ?negoziazione intersoggettiva?.
Il padre e la madre di Mafalda vengono descritti non solo nel loro ruolo di genitori, ma soprattutto nel loro essere adulti. Questo status implica limiti e debolezze, scrutato dal punto di vista dei figli: nelle situazioni quotidiane i genitori sono spesso incapaci, a volte vulnerabili, superficiali e anche un po? ridicoli.
Non solo i bambini imparano i limiti dei loro genitori, ma li considerano parte integrante dell?essere adulti. A differenza dei grandi, che non accettano alcuni aspetti della loro vita, i piccoli li pongono di fronte alle loro debolezze, ne danno prova, agiscono nei loro confronti mantenendone la consapevolezza. Nelle strisce del fumetto le opinioni di Mafalda acquistano un valore positivo, quella attendibilità spesso non riconosciuta: in questo modo Mafalda rivendica non solo una presenza, ma acquista anche una voce. E la voce dell?infanzia, troppo spesso associata alla ?bocca della verità? per non avere un fondamento di validità, pone davanti agli occhi dei grandi un quadro irriconoscibile, ma altrettanto reale, di sé stessi: Mafalda giudica continuamente, con commenti pieni di compassione e ironia.
Il fatto di essere cresciuti secondo un?inesorabile necessità fisiologica è già per gli adulti uno svantaggio, un evento sfortunato, perché questo implica perdere una logica infantile per assumerne un?altra peggiore: la logica dell?autorità e del soggetto, in cui la possibilità di esercitare un potere priva della libertà di scegliere.
I grandi sono dunque coloro che esigono obbedienza ed emanano autorità, ma che vengono sottomessi ad un assoggettamento che detta regole, doveri e necessità. I grandi non sono da colpevolizzare, ma da comprendere: essi vivono contraddizioni e conflitti interiori più radicali proprio perchè adulti, hanno bisogno di affetto, di protezione, sono vulnerabili e fragili.
I commenti di Mafalda lasciano affiorare poi non solo l?innocenza, ma l?irresponsabilità, l?immaturità di molti comportamenti e valori instaurati dai grandi. Agli occhi di una bambina i propri genitori spesso sono illogici, stupidi, incoscienti. Per questo motivo Mafalda partecipa ai problemi che gli adulti si creano, ma non li accetta: i suoi tentativi di aiutare la famiglia sono alternati al richiamo verso eventi più importanti e degni di attenzione. È il soggetto più piccolo che assume il ruolo di responsabilità nei confronti di una situazione problematica.
Anche i bambini costruiscono dunque una rappresentazione degli adulti: i pensieri e le azioni di cui Mafalda è testimone rispondono ad una concezione sviluppata nei confronti dei grandi. E le operazioni che i grandi attuano nel mondo e sugli altri vengono ugualmente giudicate secondo categorie oppositive. Risultando spesso criticate perché ritenute inadeguate.
Per questo motivo assumere atteggiamenti propri dei genitori spaventa: così come per un adulto è vergognoso comportarsi come un bambino, essere infantile, così per Mafalda è imbarazzante agire come la sua mamma nei confronti del fratellino.
Eppure il comportamento di Mafalda non è dettato da un puro spirito di ribellione, bensì è un tentativo di mostrare una verità difficile da accettare, in cui spesso gli adulti si comportano da stupidi, non comprendono il valore delle cose e vengono ripresi e corretti dai figli. I commenti che Mafalda riferisce alle azioni dei genitori ridicolizzano l?attenzione e la cura che essi pongono in futilità, criticano gli sforzi inutili su cui essi perseverano, rendono inaccettabili scelte ritenute razionali e logiche. Mafalda non distrugge l?ordine, mostra solo che questo non è l?unico possibile: possiede, come tutti i bambini, un altro punto di vista, un altro modo di conoscere e percepire che vuole essere ascoltato, non represso.
Allo stesso tempo scioglie i legami delle visioni ristrette, delle categorie prestabilite, con lo sforzo di riaccendere nuove prospettive di autoriflessione e di dialogo. Scardina i ruoli e gli stereotipi attribuiti a bambini e adulti, mostrando con assoluta semplicità come ?tutto ciò costituisce la stoffa propriamente umana. L?essere umano è un essere ragionevole e irragionevole, capace di misura e di dismisura; soggetto di un?affettività intensa e instabile; sorride, ride, piange, ma sa anche conoscere oggettivamente; è un essere serio e calcolatore, ma anche ansioso, angosciato, gaudente, ebbro, estatico; è un essere di violenza e di tenerezza, di amore e di odio; è un essere pervaso dall?immaginario e che può conoscere il reale? .
Antonio Faeti incontra Giulio Giorello al Lumière di Bologna
In occasione della Iª edizione di BilBOlbul Festival Internazionale di fumetto a Bologna dal 14 al 18 marzo 2007
Mercoledì 14 marzo alle ore 18,00 presso il Cinema Lumière si terrà l?incontro tra Giulio Giorello e Antonio Faeti dal titolo Fumetti: le figure del mito, con il quale si inaugurerà la prima edizione di Bilbolbul. Festival Internazionale di Fumetto, curato da Hamelin Associazione Culturale, che nei giorni tra il 14 e il 18 marzo porterà in città mostre, incontri, proiezioni in Cineteca, decine di autori che dedicheranno i loro libri con disegni inediti.
Sarà questa un?importante occasione per vedere due tra i massimi esperti e critici dell?arte dei comics, confrontarsi sulla particolare capacità del fumetto nel costruire vere e proprie icone dell?immaginario, personaggi che con la loro stessa presenza si fanno emblema di un?intera epoca, definiscono una particolare atmosfera culturale, diventano, anche su un piano figurativo, ?segno dei tempi?.
Per informazioni su tutto il programma del Festival: www.bilbolbul.net



